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martedì 15 dicembre 2015

LA GRANDE STORIA DELLA DIVERSITA' UMANA


Nuove scoperte sollevano dubbi sulla nostra specie come “perfetta” e incontaminata, una specie di percorso senza ostacoli che va da Adamo ed Eva ai grattacieli e a Internet. La genetica conferma invece che siamo quasi un patchwork di geni provenienti da “uomini” diversi, che si sono incontrati in posti e in momenti differenti.
Chissà cosa dicono i “teorici della razza”, coloro che ritengono l'uomo l'ultima tappa di una marcia verso la perfezione, quelli che pensano che niente avvenga per caso. Nuove scoperte sollevano dubbi sulla nostra specie come “perfetta” e incontaminata, una specie di percorso senza ostacoli che va da Adamo ed Eva ai grattacieli e a Internet. La genetica sembra confermare invece che siamo quasi un patchwork di geni provenienti da “uomini” diversi, che si sono incontrati in posti e in momenti differenti. Su una base di geni di Homo sapiens si sono così innestati pezzi di Dna di almeno altre due specie, o forse di più, fino a creare una specie di chimera.

Incontri fugaci
La nostra uscita dall'Africa, circa 70.000 anni fa, è stata infatti solo l'inizio di una serie di incontri-scontri con altre specie, come gli uomini di Neanderthal e quelli di Denisova, che abitavano in Europa e in Asia da molto prima dei nostri antenati, e che sono scomparsi da millenni. Gli accoppiamenti, se ci sono stati, hanno lasciato nel nostro patrimonio genetico “frammenti” di geni che forse sono stati utili per sopravvivere in ambienti nuovi e ostili. Sempre che la ricostruzione della genetica sia quella corretta, cosa di cui alcuni studiosi dubitano.
Nelle prossime pagine vi raccontiamo la storia intricata e affascinante di una specie-mosaico: la nostra.
Tutta la storia cominciò con il sequenziamento, avvenuto in un laboratorio tedesco circa due anni fa, di molti tratti del Dna di tre femmine di Neanderthal, i cui scheletri furono trovati in una grotta in Croazia; la lettura del loro patrimonio genetico portò alla scoperta che i non africani hanno in comune coi Neanderthal un 1-4% in più degli africani.
Crollano le prime teorie
Gli studiosi stessi rimasero sorpresi: Svante Pääbo, genetista svedese del Max Planck Institut in Germania, che guidava il gruppo di ricerca, pensò che i primi risultati fossero sbagliati, pieni di grossi errori statistici. L'opinione prevalente, fino a quel momento, era infatti che uomini e neanderthaliani fossero due specie completamente distinte e che quindi, come accade in quasi tutti gli animali, non ci potesse essere stato nessuno scambio di geni.


                                  

Uscita dall'Africa
I paleontologi avevano infatti stabilito che le nostre strade si divisero circa 400.000-500.000 anni fa, quando alcune popolazioni dell'antenato comune alle due specie (che noi chiamiamo Homo heidelbergensis) uscirono dall'Africa, dirigendosi verso l'Europa, mentre il grosso rimaneva in Africa. Nel nostro continente questa specie si adattò al clima più freddo e secco, diventando l'uomo di Neanderthal, mentre in Africa sorse, circa 150.000 anni fa, l'Homo sapiens vero e proprio.

Ricongiungimento con un lontano parente
Circa 70.000-80.000 anni fa la sceneggiatura si ripeté; questa volta qualche migliaio di uomini veri e propri uscì dall'Africa per dirigersi prima verso la Palestina, poi verso est, l'Asia e la lontanissima Australia. Separati da migliaia di anni, si pensava, non era possibile che maschi e femmine delle due specie si trovassero interessanti fino ad accoppiarsi e avere una discendenza. E invece...
La scoperta di un eccesso di geni neandertaliani nel DNA degli europei e degli asiatici non fu però che il primo passo. Le sorprese non erano finite, ma a questo punto cominciarono i veri misteri: prima di tutto la piccola percentuale di geni in comune con i nostri cugini estinti era presente negli europei e negli asiatici, ma non negli africani. E la sorpresa è diventata stupore (o, come si dice, il mistero si infittisce) quando nel Dna di alcune popolazioni di isole del Pacifico, dell'Australia e della Nuova Guinea sono stati trovati varianti di geni ancora più strane e differenti dai nostri.

Lo sconosciuto della Siberia
Ancora una volta Pääbo è andato a cercare da dove provenissero questi pezzi di Dna. E ha scoperto che le stesse sequenze erano presenti anche in un quasi sconosciuto “uomo”, di cui in Siberia sono stati scoperti pochi frammenti (un dente e l'ultima falange di un dito); dal nome della grotta sugli Altai dove sono state ritrovate le ossicine, questa specie è stata chiamata uomo di Denisova. Altro che marcia trionfale di conquista, quindi; la storia della nostra specie diventa sempre più complicata e, per certi versi, sordida.

Ricostruiamo allora cos'è successo, secondo i genetisti, dopo la nostra uscita dall'Africa (vedi pagina seguente).
Quando i rappresentanti della nostra specie, usciti dall'Africa, incontrarono una folta popolazione di neanderthaliani, tra maschi e femmine delle due specie scoccò una scintilla, con quel che segue; gli accoppiamenti diedero origine a una prole fertile (che quindi a sua volta poteva avere figli) e una parte del Dna degli uomini o delle donne di Neanderthal è rimasta nel nostro patrimonio genetico. Chris Stringer, paleontologo del Museo di storia naturale di Londra, la spiega così: «Il fatto che ci sia la stessa percentuale di geni proveniente dai Neanderthal e presente in europei, cinesi e abitanti della Nuova Guinea sembra possa essere spiegata solo da quello che è accaduto circa 60.000 anni fa, prima che queste popolazioni prendessero ognuno la propria strada». Quindi appena usciti dall'Africa, e poco dopo aver incontrato i neanderthaliani.

Passaggio a sud-est
Qui iniziano però i primi dubbi: nonostante lo scenario raccapricciante, nessuno studioso ci vede niente di strano: «Sì, il tutto è plausibile», dice Antonio Torroni, genetista di Pavia. «In fondo uomini moderni e neanderthaliani sono evolutivamente ancora abbastanza vicini; 500.000 anni non sono poi moltissimi, e può quindi darsi che teoricamente le nostre specie potessero accoppiarsi. Però...». Il problema, dice anche il genetista Guido Barbujani, di Ferrara, autore di molti ottimi libri divulgativi sull'evoluzione della specie umana, è che non è affatto chiaro dove si siano incontrati sapiens e neanderthalensis. «Quando la nostra specie uscì dall'Africa, sembra certo che la strada presa non fu solo verso nord-est, la Palestina e poi l'Europa e l'Asia, come si pensava un tempo, ma anche quella a sud, cioè l'attuale stretto di Bab-el-Mandeb e quindi la costa meridionale dell'Arabia e dell'India».

Ma dove hanno "consumato"?
Dove si sarebbero viste per la prima volta le due popolazioni? E come mai allora, se non c'è stato nessun incontro, c'è questa somiglianza tra noi e neanderthal? «Il mio parere è che questa somiglianza risalga a tempi molto molto più antichi. Secondo me in Africa c'erano due gruppi distinti: uno ancestrale a europei, asiatici e neandertaliani, e un altro alle altre popolazioni africane». Ed è proprio dal primo gruppo che sono derivati i geni che adesso troviamo negli europei, negli asiatici e nella popolazioni del Pacifico. Anche perché, come afferma Barbujani: «Si è stabilito che negli uomini moderni non c'è nessun contributo femminile che proviene dai neanderthaliani. Quindi sarebbero stati i maschi ad accoppiarsi con le femmine umane; e questo non accade quasi mai quando una popolazione invade. Per quanto ne sappiamo, studiando per esempio quello che è successo nelle Americhe dal Cinquecento in poi, sono soprattutto i maschi invasori che si accoppiano con le femmine della popolazione invasa».
Magari con la forza.


                                  

Ma l'intricata storia della nostra specie non è finita, anzi: uscita dall'Africa, una parte della popolazione umana si è diretta decisamente verso est e, alle pendici degli Altai, ha incontrato un'altra specie, proprio l'enigmatico uomo di Denisova, presente da migliaia di anni. Questa specie, che abitava dalla Siberia all'Asia tropicale, viveva in comode grotte montane, con vista sulla pianura ricca di prede.

Dalla Russia con amore
Anche in questo caso tra le due specie avvenne uno “scambio di geni”, che lasciò nell'unica sopravvissuta, cioè noi, un residuo qua e là nel Dna. Non tutti gli asiatici hanno questo residuo, ma solo di alcuni gruppi che adesso abitano la Melanesia, piccole isole nel Pacifico, l'Australia e le Filippine. Secondo una recentissima ricerca, inoltre, le “ondate” di uomini che entrarono in Asia dall'Africa furono più d'una, così come numerosi furono gli incontri, anche galanti, con le popolazioni locali, denisoviani compresi. «Anche se sembra strano, è quasi più facile accettare che l'uomo si unì ai denisoviani invece che ai neanderthaliani», conclude Barbujani.
Alcuni genetisti insistono però che lo scenario dell'accoppiamento tra queste tre specie è plausibile. Anzi, dicono che sono riusciti a scoprire la funzione di una parte dei geni neanderthaliani e denisoviani; sarebbero serviti a difenderci dalle malattie non presenti in Africa, ma che gli europei di allora e i denisoviani avevano con l'evoluzione “imparato” a combattere.
In particolare proverrebbero dalle altre specie alcune varianti del sistema immunitario, chiamate HLA-A, B o C, che aiutano le cellule a combattere virus e batteri. Una recentissima ricerca dice che addirittura il 50% dei geni di questo tipo presenti negli europei provengono dai neanderthaliani, e addirittura il 70% dei geni asiatici hanno questa origine.
Ancora una volta, non tutti sono convinti di queste percentuali e Barbujani è perplesso: «L'HLA è un gruppo di geni molto difficile da interpretare, e quindi ho la sensazione che l'autore, rispettato immunologo finora senza pubblicazioni in campo antropologico-evoluzionista, l'abbia sparata grossa».

In conclusione, il cammino della nostra specie fuori dall'Africa diventa sempre più intricato, complesso e assomiglia sempre di più a un cespuglio ricco di specie diverse che si sono “conosciute” biblicamente anche molto dopo la loro separazione. Adamo ed Eva ebbero quindi numerosi amanti (maschi e femmine) dove aver lasciato la loro “patria”. Ed è la memoria di questi amanti che rimane nel nostro Dna.







TROVATO IN TURCHIA CERVELLO MUMMIFICATO DI 4000 ANNI FA'


Nella città turca di Kütahya, nell'Anatolia occidentale, archelogi del sito dell'Unesco hanno ritrovato un cervello umano di 4000 anni fa ancora in buono stato di conservazione. Per Meriç Altinoz, dell'Università Haliç di Istanbul, si tratta del primo caso di mummificazione spontanea. Il cranio sarebbe rimasto relativamente intatto così a lungo a causa del fortuito processo di "cottura" postmortem. "E' una scoperta fondamentale che potrà dare una svolta alla ricerca sulle malattie neurologiche - ha commentato Frank Rühli, ricercatore dell'Università di Zurigo in Svizzera - il tessuto celebrale è piuttosto ben conservato e permetterà così di capire meglio l'evoluzione delle patologie celebrali". Gli archeologi hanno ipotizzato che un terremoto - frequente nella regione - abbia seppellito centinaia di abitanti della zona bruciando parte dei loro corpi per i conseguenti incendi scatenati dal movimento tellurico. La "bollitura" eccezionale insieme alla composizione geologica del terreno ricco di potassio, magnesio e alluminio avrebbe infine contribuito alla conservazione del fragile tessuto.





giovedì 5 novembre 2015

IL NEANDERTHAL HA 250.000 ANNI



NEANDERTHAL
L'uomo di Neanderthal è arrivato in Italia almeno 100.000 anni prima di quanto si pensasse: viveva nella nostra penisola già 250.000 anni fa. A portare indietro nel tempo l'epoca dei primi insediamenti neanderthaliani in Italia è la nuova datazione dei sedimenti nei quali sono stati scoperti oltre 80 anni fa due crani di Neanderthal, nel sito di Saccopastore a Roma.

CRANI DI SACCOPASTORE

La scoperta si deve ai ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), che hanno lavorato in collaborazione con l'università Sapienza di Roma e l'università americana del Wisconsin-Madison. Pubblicata sulla rivista Quaternary Sience Reviews, la ricerca ha ridatato l'età del sito di Saccopastore, dove nel 1929 e nel 1935 sono stati scoperti due crani dell'uomo di Neanderthal. All'epoca l'analisi dei sedimenti nei quali erano 'incastonatì i crani aveva portato i ricercatori a calcolare che avessero un'età di circa 125.000 anni, che li ha resi la più antica testimonianza della presenza del Neanderthal in Italia, fino alla recente datazione, a circa 150.000 anni, dei resti rinvenuti in Puglia, ad Altamura.


Adesso l'analisi basata sull'identificazione degli elementi radioattivi presenti nei sedimenti ha dimostrato che «i resti di Saccopastore sono più vecchi di oltre 100.000 anni rispetto a quanto sinora ritenuto, portando l'età del Neanderthal in Italia a 250.000 anni fa», rileva il responsabile dello studio, Fabrizio Marra, dell'Ingv. I crani di Sacopastore erano stati ritrovati in una cava di ghiaia di fiume sulle sponde dell'Aniene, poi sepolta per costruire gli edifici che oggi costeggiano la Tangenziale Est. Finora i sedimenti erano stati interpretati come un deposito di materiale fluviale che si era formato 125.000 anni fa, prima dell'ultima glaciazione.


La nuova tecnica di datazione dimostra invece che i depositi si sono formati alla fine della penultima glaciazione attorno a 250.000 anni fa. Questo significa che i neanderthaliani popolavano in Italia erano contemporanei di quelli che vivevano nel resto d'Europa. Una scoperta, questa, confermata anche dagli utensili degli uomini di Neanderthal, rinvenuti accanto ai resti umani: «nessuno di questi reperti - osserva Marra - presenta caratteri tali da implicare un'età di 125.000 anni», ma appaiono ben più antichi.


I paleontologi avevano sempre sottolineato il carattere "arcaico" dei crani di Saccopastore, ma nessuno, rileva l'Ingv, aveva finora pensato di mettere in dubbio la loro datazione, sebbene questa fosse stata eseguita con i criteri e secondo le conoscenze geologiche dell'inizio del secolo scorso.



lunedì 28 settembre 2015

DELIA LA MADRE PIU ANTICA DEL MONDO




'Delia la donna di Ostuni' é l'importantissima scoperta dovuta al prof. Donato Coppola, paletnologo dell'Università romana di Tor Vergata, nella grotta di S. Maria d'Agnano.



Gli scheletri di una donna morta circa 25.000 anni e del bimbo che portava in grembo, sono eccezionalmente ben conservati.


La grotta di S. Maria d'Agnano é stata frequentata dalla fine del quarto millennio, nel terzo millennio e parte del secondo millennio a.C., da gruppi umani di allevatori di bestiame che nel secondo millennio a.C. divennero veri e propri pastori che alle soglie dell'età del ferro, creeranno villaggi intorno ad Ostuni.
Solo Ostuni infatti, divenne un villaggio fortificato nell'VIII secolo e diventò città messapica nel IV secolo e a cui si sostituì la città medievale.
Tutti questi popoli sono accomunati dal culto, così come testimonia la grotta di S. Maria d'Agnano.
Qui a partire dal paleolitico superiore (circa 25.000 - 20.000 anni fa), avvenivano le sepolture e proprio qui la scoperta sensazionale: una donna incinta morta, i cui resti sono stati ritrovati in ottimo stato di conservazione, con il feto pressoché intatto.
La grotta si apre alla base del monte di Ostuni. E' una grande voragine che ha subito varie modifiche nel corso dei secoli.
La grotta é poi diventata meta di culto anche in età cristiana.
Una cappelletta all'esterno serviva a riparare i fedeli dalle intemperie. Venne fatta costruire da un vescovo nel seicento.
Nell'interno é ancora possibile vedere tracce di affreschi, probabilmente di età bizantina.
Nella parte sinistra della grande cavità, c'é una piccola cappella cinquecentesca, con un affresco della Vergine.


La pavimentazione é lucida, segno del passaggio delle migliaia di fedeli che si recavano in pellegrinaggio.
Questa grotta era sicuramente ricca di affreschi. Quello della Vergine é l'unico arrivato fino ai nostri giorni.
In una parte della grotta avvenivano i seppellimenti (risalenti al Paleolitico superiore).


Fu proprio qui che nel 1991, dopo anni di ricerche, il prof. Donato Coppola portò a termine una scoperta di eccezionale importanza: il ritrovamento dello scheletro di 'Delia' con il feto ancora intatto.
Per la prima volta, infatti, i resti di due consanguinei vissuti in età pleistocenica, sono giunti fino a noi in perfetto stato di conservazione. Il prof. Coppola si calò in una piccola apertura che gli permise di percorrere un cunicolo nella cui parte superiore, ebbe l'immensa emozione di scorgere lo scheletro di Delia e del feto.


Il problema a quel punto, consisteva nell'asportazione degli scheletri, senza che fossero danneggiati.
Si procedette così, alla rimozione in blocco del pavimento, sotto il quale, appunto, c'erano i resti ossei.
All'interno del cunicolo (una micro cavità non alta di 40-50 cm.), sono ancora visibili conchigliette 'incastonate' nella roccia.
Facevano parte dell'arredo delle sepolture.


Le operazioni di recupero furono, come si può immaginare, molto difficoltose.
Grosse assi di ferro, furono saldate tra loro a formare grandi cassoni di contenimento (ognuno dei quali pesava 2 ql. e mezzo), per le sepolture. Accanto al corpo dell'infelice madre, non furono posti oggetti da noi considerati di valore (l'oro non era ancora conosciuto), ma per quelle genti le conchigliette rappresentavano molto che semplici monili ornamentali.
Erano oggetti utilizzati quotidianamente e assumevano notevole importanza proprio in occasione di particolare coinvolgimento emotivo, a testimonianza della grande solidarietà che esisteva fra queste genti.
Il gruppo di cui faceva parte 'la donna di Ostuni' si occupò della sua sepoltura, deponendola con le gambe contratte nella fossa.
Il cranio é costellato di conchigliette forate.


martedì 15 settembre 2015

HOMO NALEDI

Homo Naledi


In una grotta vicino a Johannesburg, profonda 80 metri, sono stati rinvenuti oltre 1.500 elementi fossili, di cui ossa appartenenti a 15 individui, alti un metro e mezzo circa, con un cervello delle dimensioni di un'arancia. "Ha un mix di caratteristiche primitive e moderne" dicono i ricercatori su questo nuovo antenato dell'uomo che forse seppelliva già i morti, centinaia di migliaia di anni prima dell'Homo sapiens.



Una scoperta senza precedenti nella storia della paleontologia. Un cugino lontano dell'uomo. Fratello, se guardiamo i suoi piedi che hanno meravigliato i ricercatori: sono quasi identici ai nostri.

                                       

Homo Naledi: Si chiama così questo ominide con caratteristiche primitive e moderne al tempo stesso. Non molto alto, piuttosto snello, aveva un cervello minuscolo, ma forse seppelliva già i suoi morti, ben prima dell'Homo sapiens. I diversi sedimenti ritrovati nella caverna non permettono ancora di datare le ossa e risalire alla sua età, ma secondo gli studiosi questa nuova specie umana scoperta in Sudafrica potrebbe avere tra i due milioni e i due milioni e mezzo di anni.


National Geographic: I resti dell'Homo Naledi sono stati rinvenuti in Sudafrica e hanno convinto gli studiosi a inserirlo nel genere di cui noi stessi facciamo parte. L'annuncio dell'incredibile ritrovamento è stato dato dalla University of Witswaterstrand di Johannesburg, dalla National Geographic Society e dal Dipartimento per la Scienza e la Tecnologia National Research Foundation del Sudafrica ed è stato pubblicato dalla rivista scentifica eLife. Un approfondimento della ricerca verrà pubblicato sul numero di ottobre del National Geographic.


Senza età: È il più grosso ritrovamento di ossa di ominidi mai avvenuto: tutto è cominciato nella grotta detta Rising Star, a una cinquantina di chilometri a nordovest di Johannesburg, dove sono stati scoperti oltre 1.500 elementi fossili che devono ancora essere datati. Erano ammucchiati in una cavità accessibile solo attraverso un pozzo talmente stretto che per recuperarli è stato arruolato uno speciale team di speleologi e ricercatori che fossero magri abbastanza per entrarci con le braccia alzate sopra la testa. Era una regione conosciuta dai ricercatori già dai primi decenni del Novecento come possibile "culla dell'umanità", vista la quantità di fossili e reperti rinvenuti.


Un gruppo: I frammenti di questa nuova specie recuperati finora appartengono ad almeno 15 individui, tutti Homo naledi, e si pensa che ce ne siano molti altri da recuperare. "Abbiamo a disposizione esemplari multipli di quasi tutte le ossa del suo corpo", dice il paleontologo Lee Berger, della National Geographic Society, che ha guidato le spedizioni di scoperta e recupero, "Homo naledi è già praticamente la specie fossile meglio conosciuta nella linea evolutiva dell'uomo".


Cugino dell'uomo: "Complessivamente, H. naledi appare come una delle specie più primitive del genere Homo", spiega John Hawks della University of Wisconsin-Madison, uno degli autori dell'articolo che descrive la nuova specie, "ma ha alcune caratteristiche sorprendentemente umane, tali appunto da farlo ricomprendere nel genere cui apparteniamo anche noi. Aveva un cervello minuscolo, più o meno delle dimensioni di un'arancia, posto in cima a un corpo relativamente lungo e snello".
Secondo i ricercatori, Homo naledi doveva essere in media alto circa un metro e mezzo e pesare 45 chili.


Mani e piedi: Il cranio e i denti appaiono abbastanza simili a quelli di alcune specie più primitive del genere Homo, come H. habilis e le spalle somigliano di più a quelle delle grandi scimmie. Mani e piedi, invece, ci dicono molto di lui e delle sue abitudini: "Le mani appaiono adatte all'utilizzo di utensili", dice Tracy Kivell della University of Kent, che ha fatto parte del team che ha studiato l'anatomia della nuova specie, "ma le dita sono molto curve, il che fa pensare che fosse molto bravo ad arrampicarsi".
Quanto ai piedi, sono il tratto anatomico più sorprendente, perché "sono praticamente indistinguibili da quelli di un essere umano moderno", aggiunge William Harcourt-Smith del Lehman College della City University of New York, un altro studioso che ha partecipato alla ricerca. Le caratteristiche dei piedi e delle gambe slanciate fanno pensare che la specie fosse adatta anche a lunghe camminate.
"La particolare combinazione dei tratti anatomici distingue Homo naledi da tutte le specie finora conosciute", commenta Berger.


Scoperta nella scoperta: È proprio il contesto in cui sono stati ritrovati i fossili a far emergere quello che probabilmente è l'aspetto più straordinario della scoperta: Homo naledi forse seppelliva i suoi morti e la sepoltura finora era considerata una pratica iniziata con l'uomo moderno (risalente a 200mila anni fa, con l'homo sapiens).
Le ossa di neonati, bambini, adulti e anziani, infatti, giacevano in un anfratto molto profondo.
"Quella camera è stata sempre isolata dalle altre e non è mai stata direttamente aperta verso la superficie", assicura Paul Dirks della James Cook University nel Queensland, in Australia, primo firmatario dell'articolo che descrive il contesto della scoperta. "Soprattutto, in questo remoto anfratto mancavano fossili appartenenti ad altri animali di rilievo; c'erano praticamente solo resti di H. naledi".


Defunti sepolti: Gli unici elementi fossili non appartenenti all'ominide (una dozzina di elementi su oltre 1.500) sono resti isolati di topi e uccelli: la cavità attirava pochi frequentatori occasionali.
Le ossa di H. naledi non presentano segni di morsi di predatori o saprofagi e non sembrano trasportate fin lì da qualche altro agente esterno, come un flusso d'acqua. "Abbiamo esplorato tutti gli scenari alternativi", dice Lee Berger, il capo della spedizione: "Una strage, la morte accidentale dopo essere rimasti intrappolati nella grotta, il trasporto da parte di un carnivoro sconosciuto o di una massa d'acqua, e altri ancora.
Alla fine, l'ipotesi più plausibile è che gli Homo naledi abbiano intenzionalmente depositato laggiù i corpi dei defunti" e che, dunque, fossero proprio dediti alla sepoltura ben prima dell'Homo sapiens.


Se fosse confermata, la teoria farebbe pensare che questa specie fosse già capace di un comportamento ritualizzato (vale a dire ripetuto) finora attribuito solo agli esseri umani moderni. "Questa grotta non ha ancora svelato tutti i suoi segreti", conclude Berger. "Ci sono ancora centinaia, se non migliaia di resti ancora da studiare sepolti laggiù".

DA REPUBBLICA E NATHIONAL GEOGRAPHICS