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martedì 29 maggio 2018

CREAZIONE DI UN MANUFATTO DALLA SCHEGGIATURA ALLA PATINA FINALE


    Questo è il procedimento per creare un manufatto preistorico ,dalla scheggiatura all'invecchiamento.
    Prima si scheggia la selce per conferirgli la forma voluta in questo caso un bifacciale musteriano del pontiniano ricavato da un ciottolo siliceo, dopo la scheggiatura viene la fase di levigatura su di una roccia di arenaria , prima dura poi un po piu morbida in maniera da togliere il tagliente e levigare tutte le asperità del manufatto,una volta addolcite le fratture ,viene ...passato sulla sabbia per dargli una sorta di semi lucidatura e poi dopo aver lavato il pezzo, lo si passa energicamente su una sabbia compatta di arenaria molto ossidata fino a che il manufatto stesso si impregni delle varie ossidazioni presenti nell'arenaria. A questo punto si prende la selce ancora sporca abbondantemente di arenaria e la si lascia ad asciugare al sole senza pulirla per almeno tre giorni in maniera da fargli assorbire tutte le colorazioni degli ossidi. Una volta asciugata si spazzola energicamente con uno spazzolino a setole dure rendendo il manufatto pulito e lucido come se ci fosse una patina naturale e antica di migliaia di anni fà.
    Ed ecco il risultato finale.


ARENARIA PLIOCENICA















sabato 20 gennaio 2018

L'EVOLUZIONE DELL'UOMO IN BREVE


HOMO DENISOVA

L'Homo di Denisova o donna X è il nome dato ad un ominide i cui scarsi resti sono stati ritrovati nei Monti Altaj in Siberia. La scoperta è stata annunciata nel marzo 2010, quando al termine della completa analisi del DNA mitocondriale (mtDNA) è stato ipotizzato che possa trattarsi di una nuova specie. Questo esemplare di ominide è vissuto in un periodo compreso tra 70.000 e 40.000 anni fa in aree popolate principalmente da sapiens e in parte da neanderthal; ciononostante, la sua origine e la sua migrazione apparirebbero distinte da quelle delle altre due specie, e il mtDNA del Denisova risulterebbe differente dai mtDNA di H. neanderthalensis e H. sapiens.


Scoperta

Un team di scienziati dell'Istituto Max Planck di antropologia di Lipsia guidati da Svante Pääbo sequenziò il DNA mitocondriale (che si eredita solo per linea materna), estratto dal frammento osseo di un dito mignolo di un giovane individuo di età stimata tra i 5 e i 7 anni e di sesso incerto nonostante gli fosse stato attribuito il soprannome di donna X. Il reperto venne alla luce nel 2008 nelle grotte di Denisova sui Monti Altaj in Siberia. Nello stesso strato di terreno apparvero piccoli oggetti lavorati riconducibili all'Homo di Denisova.
L'analisi del mtDNA ha inoltre suggerito che questa nuova specie di ominidi sia il risultato di una migrazione precoce dall'Africa, distinta dalla successiva migrazione dall'Africa associata a uomini di Neanderthal e umani moderni, ma anche distinta dal precedente esodo africano di Homo erectus. Pääbo ha rilevato l'esistenza di questo ramo lontano che crea un quadro molto più complesso del genere umano durante il tardo Pleistocene.
Nel 2010, un secondo documento del gruppo di Svante Pääbo ha riferito di una prima scoperta del 2000, di un terzo molare superiore di un giovane adulto, risalente a circa lo stesso periodo (il dito era nel livello 11 della sequenza della grotta, il dente nel livello 11.1). Il dente differiva in diversi aspetti da quelli di Neanderthal pur avendo caratteristiche arcaiche, simili ai denti dell'Homo erectus. Il gruppo eseguì nuovamente l'analisi del DNA mitocondriale sul dente e rilevò che la sequenza era diversa, ma simile a quella dell'osso del dito, indicando un tempo di divergenza di circa 7500 anni, e suggerendo che appartenesse ad un individuo differente della stessa popolazione.
Nel 2011 un osso del dito di un piede è stato scoperto nello strato 11 della grotta, quindi contemporaneo all'osso del dito della mano. La caratterizzazione preliminare del DNA mitocondriale del midollo suggerisce che appartenesse ad un uomo di Neanderthal e non ad un Denisovano. La grotta Altai contiene anche reperti ossei e strumenti di pietra fatti da esseri umani moderni e Pääbo ha commentato: " L'unico posto in cui siamo sicuri che tutte e tre le forme umane hanno vissuto anche se in diversi periodi temporali, è qui nella grotta Denisova ".


Ibridazione con Homo sapiens


Studi genetici indicano che approssimativamente il 4% del DNA dell'Homo sapiens non africano è lo stesso trovato nell'Homo neanderthalensis suggerendo una origine comune. I test che mettano in comparazione il genoma dell'Homo di Denisova con quello di 6 differenti Homo sapiens come ǃKung dal SudAfrica, un nigeriano, un francese, un Papua della Nuova Guinea, un abitante dell'isola di Bougainville e uno della stirpe Han, dimostrano che dal 4 al 6% del genoma dei melanesiani (rappresentato dagli uomini dell'isola di Bougainville), derivano dalla popolazione di Denisova. Questi geni sono stati verosimilmente introdotti durante la prima migrazione umana degli antenati dei melanesiani nel Sud est asiatico. Quindi concludendo, è verosimile ipotizzare un'ibridazione tra Homo di Denisova e Homo sapiens, che ha interessato le popolazioni del sud-est asiatico antico e quelle, loro dirette discendenti, australiane. L'apporto genetico denisoviano alle altre popolazioni asiatiche è limitato e, come in quelle europee e amerinide, deriva in buona parte per via dell'ibridazione, avvenuta in precedenza, con i Neanderthal (che a loro volta si erano ibridati con i Denisova).

Aspetto fisico

Non si sa nulla sulle caratteristiche fisiche di questi individui data l'estrema limitatezza del reperto dal quale si estrasse il materiale genetico. Si spera che future analisi del DNA nucleare chiariscano definitivamente l'esistenza di questa specie o viceversa la smentiscano, dimostrando che questo è il risultato di un incrocio tra Neanderthal e Sapiens. Secondo Pääbo non sarebbe comunque corretto definirlo specie, sia per le sue resistenze ad applicare la nomenclatura binominale linneiana all'evoluzione umana sia perché l'uomo di Desinova si poteva incrociare e riprodurre (magari in modo imperfetto) con l'uomo moderno, rendendo l'ipotesi di segregazione riproduttiva falsificata.
Dalle ultime analisi del mtDNA e del DNA nucleare risulta che l'Uomo di Denisova si sarebbe separato dal comune antenato di Neanderthal e uomo moderno circa 1.000.000 di anni fa e che in seguito si sarebbe incrociato con l'Homo sapiens progenitore dei moderni abitanti della Papua Nuova Guinea, con i quali condivide il 4-6% del genoma; provando così (come già con l'uomo di Neanderthal) l'Ipotesi multiregionale di interscambio genetico tra antichi e moderni Homo sapiens.

Analisi del DNA mitocondriale

Il DNA mitocondriale (mtDNA) proveniente dall'osso del dito è diverso da quello degli esseri umani moderni per 385 basi (nucleotidi), nel filamento del DNA mitocondriale è di circa 16.500 basi, mentre la differenza tra gli esseri umani moderni ed i Neanderthal è di circa 202 basi. Considerando che la differenza tra scimpanzé e gli esseri umani moderni è di circa 1462 paia di basi del DNA mitocondriale, ciò suggerisce un tempo di divergenza di circa un milione di anni. L'mtDNA di un dente portava una somiglianza elevata a quella dell'osso del dito indicando che entrambi appartenevano alla stessa popolazione. È stata recuperata una sequenza di mtDNA su un secondo dente che ha mostrato un numero inaspettatamente elevato di differenze genetiche rispetto a quella riscontrata nell'altro dente e nel dito, suggerendo un elevato grado di diversità mtDNA. Questi due individui rinvenuti nella stessa grotta hanno mostrato una diversità tra loro maggiore di quella rilevata campionando gli uomini di Neanderthal di tutta l'Eurasia. Un tasso di diversità paragonabile a quello che distingue gli esseri umani moderni provenienti da diversi continenti.

Analisi del DNA nucleare

Nello stesso studio del 2010, gli autori hanno effettuato l'isolamento e il sequenziamento del DNA nucleare dell'osso del dito del Denisova. Questo esemplare ha mostrato un insolito grado di conservazione del DNA ed un basso livello di contaminazione. Sono stati in grado di raggiungere quasi il completo sequenziamento genomico, consentendo un confronto dettagliato con i Neanderthal e gli umani moderni. Da questa analisi hanno concluso, nonostante l'apparente divergenza della loro sequenza mitocondriale, che gli uomini di Denisova ed i Neanderthal hanno condiviso un ramo comune ancestrale che porta ai moderni esseri umani africani. Il tempo medio stimato di divergenza tra le sequenze dei denisoviani e dei Neanderthal è di circa 640.000 anni fa, mentre il tempo di divergenza tra le sequenze di ciascuno di essi e le sequenze degli africani moderni è di 804.000 anni fa. Ciò suggerisce che la divergenza dei risultati mitocondriali del Denisova derivi o dalla persistenza di un lignaggio epurato dagli altri rami attraverso deriva genetica oppure da un'introgressione di un lignaggio di un ominide più arcaico. Nel 2013, la sequenza di mtDNA prelevata dal femore di un Homo heidelbergensis di 400.000 anni fa proveniente dalla Grota Sima in Spagna è risultata essere simile a quella di Denisova. 

Da Wikipedia

venerdì 8 dicembre 2017

Little Foot: il più completo fossile di australopiteco mai scoperto

Ecco Little Foot: il più completo fossile di australopiteco mai scoperto


Per decenni Lucy è stato il più famoso australopiteco mai scoperto nel continente africano. Da oggi però ha un contendente: Little Foot, un autentico fossile dei record appena svelato al mondo dai ricercatori dell'Università di Witwatersrand, in Sudafrica. La scoperta è di quelle capaci di cambiare le carte in tavola: non solo si tratta del più antico progenitore dell’uomo mai portato alla luce nel Sud del continente africano, ma anche dello scheletro di australopiteco più completo mai scoperto.


Uno scavo durato venti anni
Un fossile risalente a più di tre milioni e mezzo di anni fa, ricostruito grazie a 20 anni di scavi e analisi meticolose, che ora – assicurano gli esperti – promette di svelarci particolari fino ad oggi sconosciuti sull’origine dei nostri più antichi antenati, e della nostra stessa specie.


La storia di Little Foot ha inizio nel 1994 nelle grotte di Sterkfontein, circa 40 chilometri a Nord Ovest di Johannesburg, in Sudafrica. È qui che il paleoantropologo Ron Clarke rinvenne i primi resti di questo scheletro di ominide: una manciata di frammenti provenienti da una gamba, che fruttarono all’esemplare il nomignolo di Little Foot, o piccolo piede.
Avendo compreso di trovarsi di fronte a una scoperta potenzialmente importante, Clark e i suoi due assistenti,Stephen Motsumi e Nkwane Molefe, iniziarono una titanica operazione di scavo e catalogazione, conclusasi solamente nel 2012, quando i ricercatori si resero conto di aver portato alla luce lo scheletro praticamente completo di un antico australopiteco.
Le ossa appartengono a un lontano antenato dell'Homo Sapiens, vissuto nell’area del suo ritrovamento circa 3,67 milioni di anni fa. Il genere a cui appartiene è lo stesso di Lucy, ma i due fossili rappresentano specie lievemente differenti, e Little Foot è più antico di circa 500mila anni. Particolari che, a detta degli esperti, lasciano ipotizzare che questi ominidi abitassero un’area del continente africano ben più ampia di quanto si pensasse fino ad oggi, vista la distanza tra l’attuale Etiopia – dove è stato portato alla luce lo scheletro di Lucy – e il luogo del ritrovamento di Little Foot.


Attualmente i ricercatori sanno che si trattava di un ominide di sesso femminile, probabilmente deceduto in seguito alla caduta che l'ha portata all’interno delle grotte. La forma degli arti fa immaginare un aspetto più simile a quello di un Homo Sapiens che a quello di una scimmia, anche se Little Foot trascorreva ancora le sue notti al riparo tra le chiome degli alberi.



Per ulteriori scoperte bisognerà attendere che si concludano le analisi che Clark sta svolgendo proprio in queste settimane con l'assistenza di un team di scienziati internazionale. Ma già oggi gli esperti assicurano che i risultati, attesi già per il prossimo anno, aiuteranno a gettare luce sull’evoluzione e l'origine della nostra stessa specie.

Dal giornale la Repubblica
di Simone Valesini

venerdì 3 novembre 2017

ALESI IL NOSTRO PIU ANTICO ANTENATO VISSUTO 13 MILIONI DI ANNI FA

Il teschio del nostro più antico antenato: è Alesi, vissuto 13 milioni di anni fa

Nyanzapithecus Alesi è una nuova specie, scoperta in Kenya. Il primate era un cucciolo di appena un anno e quattro mesi, somigliava a un gibbone. Lo studio dei suoi organi dell'equilibrio, nell'orecchio interno, sono associati a movimenti lenti e prudenti
Gli antropologi hanno scoperto i resti del cranio di un antico primate, una nuova specie, antenato dell'uomo e delle scimmie antropomorfe che ancora popolano la Terra. Risale a 13 milioni di anni fa ed il più antico e meglio conservato mai ritrovato di una scimmia antropomorfa. Secondo gli scienziati assomigliava a un gibbone ma senza le sue ben note capacità acrobatiche.

A portarlo alla luce, nel 2014, è stato un cacciatore di fossili keniano, John Ekusi, dalle rocce di un'eruzione vulcanica a ovest del lago Turkana, nel nord del Paese. Lo studio sui resti delNyanzapithecus Alesi, pubblicato sulla rivista Nature da parte di un team internazionale di antropologi, ha permesso di aggiungere un nuovo tassello alla storia dell'evoluzione dei primati, quella che conduce anche fino a noi.
Alesi, come lo hanno ribattezzato (ma non è dato sapere se fosse maschio o femmina), quando è morto era ancora un cucciolo di appena un anno e quattro mesi. Se fosse diventato adulto sarebbe pesato circa 11 chili. Una stima così precisa dell'età è stata possibile grazie alle immagini a raggi X che hanno evidenziato le linee di accrescimento in alcuni denti da adulto che dovevano ancora spuntare.
E sono stati proprio i denti a indicare ai ricercatori che si trovavano di fronte a una specie non ancora classificata: "Appartiene al genere dei Nyanzapithecus ma i suoi molari erano molto più larghi – scrivono – questo fa supporre che si trattasse di una specie più grande delle altre".
Solamente da un piccolo teschio, delle dimensioni di un pugno (il suo cervello era grosso più o meno "come un limone"), hanno saputo ricavare molti indizi, a cominciare dalla sue scarse doti di acrobata. L'organo dell'equilibrio nell'orecchio interno infatti ha una forma associata a movimenti lenti e prudenti piuttosto che ai rapidi volteggi da un ramo all'altro che possiamo ammirare nei gibboni.

Alesi visse nel Miocene durante un periodo in cui le specie degli “ominini” non si erano ancora differenziate per dare origine al genere homo. Le ossa del suo cranio si sono fossilizzate grazie a un'eruzione vulcanica che le ha conservate fino a noi. Un evento fortunato, per gli scienziati. I fossili di questo periodo infatti sono molto rari e ben poco si sa dell'evoluzione fino a 10 milioni di anni fa. Secondo Isaiah Nengo, primo autore dello studio "la scoperta di Alesi dimostra che questo gruppo era vicino alle origini delle attuali scimmie antropomorfe e degli umani, e che questa origine era africana".

venerdì 27 ottobre 2017

NUOVI COLTELLI 3

COLTELLO IN SELCE CON MANICO IN BUFALO E OSSO

COLTELLO IN SELCE E CORNO DI MONTONE

COLTELLO IN OSSIDIANA MAHOGANY E LEGNO

COLTELLO IN OSSIDIANA E PALCO DI DAINO

COLTELLO IN OSSIDIANA E CORNO DI STAMBECCO

COLTELLO IN SELCE E CORNO DI STAMBECCO

COLTELLO IN OSSIDIANA E PALCO DI DAINO

COLTELLO IN SELCE E CORNO DI STAMBECCO

COLTELLO DA CACCIA MAYA IN OSSIDIANA E OSSO

COLTELLO IN SELCE E PALCO DI DAINO

COLTELLO IN SELCE E OSSO

COLTELLO IN SELCE E CORNO DI STAMBECCO

COLTELLO CON LAMA IN BUFALO E PALCO DI DAINO

COLTELLO IN SELCE E CORNO DI MUFLONE

COLTELLO IN SELCE E PALCO DI CAPRIOLO