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giovedì 15 ottobre 2020

Homo Luzonensis: il misterioso antenato umano che ha vissuto in isolamento


Il recente ritrovamento di 13 ossa, tra cui alcuni denti, ha confermato l'esistenza di una nuova specie di ominide: l'Homo luzonensis, un misterioso antenato che viveva in una remota area delle Filippine.

 L'Homo luzonensis ha  vagato per il pianeta circa 67 mila anni fa, in particolare nell'isola di Luzon, nelle odierne Filippine, il che rende questa scoperta la prima prova di una specie di ominide in questa parte del mondo.

La prima scoperta è stata fatta nel 2007. Successivamente, nel 2011 e nel 2015, sono stati trovati altri resti nella grotta di Callao, nel nord delle Filippine.

All'inizio, gli scienziati pensavano di appartenere a un altro ominide, ma una volta confermato che i tre resti scheletrici provenivano dallo stesso substrato del suolo e che condividevano caratteristiche simili, sapevano di aver trovato una nuova specie.

L'Homo luzonensis, dal nome dell'isola in cui è stato rinvenuto, presenta caratteristiche corporee riscontrate in altre specie conosciute, ma la specifica combinazione di queste caratteristiche rende chiaro che si tratta di una specie diversa.

Ad esempio, i loro denti erano piccoli (come i nostri denti), ma le ossa dei loro arti lunghi assomigliano più a quelle dell'Australopiteco.

Un'altra caratteristica distintiva, qualcosa che hanno condiviso con Homo floriesiensis o Flores.e.

Etiopia – Trovato il più antico fossile di cranio di Australopiteco 29 Agosto 2019


Un gruppo internazionale di ricercatori ha scoperto un teschio Australopithecus in un eccezionale stato di conservazione. Il fossile è stato scoperto nella regione di Afar in Etiopia, a 55 chilometri di distanza dal luogo in cui era stata scoperta Lucy. Pubblicato su Nature, il risultato si deve a due studi guidati da Yohannes Haile-Selassie del Cleveland Museum of Natural History.
I lobi mascellare, frontale e parietale, la fossa nasale, le orbite, tutto è incredibilmente ben conservato, nonostante 3,8 milioni di anni trascorsi sottoterra. Questo fossile è quello di un Australopithecus Anamensis, la specie più antica del suo genere. Prima di questa scoperta si era stimato che fossero vissuti tra 4,2 e 3,9 milioni di anni fa. Questa scoperta ringiovanisce questa specie di 100.000 anni. È poco su questa scala temporale, ma non è banale. Nel frattempo era stata scoperta un’altra specie di Australopithecus: Afarensis, di cui Lucy è la rappresentante più famosa.
Questo nuovo esemplare implica quindi che entrambe le specie sono state contemporanee per almeno alcune decine di migliaia di anni, mentre gli scienziati hanno pensato fino ad allora che l’una avesse fosse succesiva all’altra.

È ancor più interessante che l’ottimo stato di conservazione del cranio abbia permesso di ricostruire il volto di questo individuo nell’immagine sintetica.
Questa datazione di 3,8 milioni di anni è stata resa possibile dall’analisi dei minerali presenti negli strati di roccia vulcanica presenti nell’area di scavo. Combinando le osservazioni fatte sul campo con lo studio di microscopici resti biologici trovati nella regione, i ricercatori sono stati anche in grado di ricostruire il paesaggio e la vegetazione dell’epoca.
Il teschio fossile è stato trovato tra i depositi sabbiosi di una regione in cui un vecchio fiume è entrato in un lago che è scomparso. I movimenti tettonici della Rift Valley etiope hanno poi portato nel corso dei millenni alla nascita delle pianure che caratterizzano la regione di Afar. Gli scienziati hanno anche scoperto chicchi di polline fossili e resti di piante e alghe. Hanno concluso che il lago era circondato da aree boschive, un bacino che era essenzialmente secco e probabilmente salato in determinati periodi.
Tutti questi elementi aiutano a comprendere meglio le evoluzioni delle specie che si sono susseguite nell’Australopithecus e da quando queste specie si sono separate per formare il genere Homo, il nostro.

martedì 19 marzo 2019

ULTIME CREAZIONI







GLI UTENSILI DI PIETRA PIU ANTICHI DEL MONDO




Provengono dal Kenya e hanno 3,3 milioni di anni. Sono stati costruiti molto prima della comparsa del genere Homo, da ominidi dall'intelligenza finora insospettabile.
In Africa sono stati riportati alla luce gli utensili di pietra più vecchi del mondo: risalgono a 3,3 milioni di anni fa, circa 500.000 anni prima della stima che facciamo sulla comparsa del genere Homo. Il ritrovamento dimostra che qualche precedente specie di ominidi aveva sviluppato l'abilità di costruire rudimentali strumenti litici (armi e arnesi di pietra), rivelando aspetti sconosciuti della storia dell'evoluzione dei nostri antenati.




ATTREZZI D'ALTRI TEMPI. Il sito da cui provengono i reperti, chiamato Lomekwi 3, si trova nella zona desertica che circonda il lago Turkana, nel nord-ovest del Kenya. I circa 150 oggetti raccolti a partire dal 2012 includono schegge affilate, incudini e "martelli" (hammerstone), alcuni dei quali di notevoli dimensioni. La datazione dei minerali e delle ceneri vulcaniche nell'area degli scavi ha permesso di collocare i manufatti in un periodo attorno a 3,3 milioni di anni fa.



DAL LEGNO ALLA PIETRA. In natura diversi primati, come gli scimpanzé o i gorilla, sono in grado di modellare grossolani arnesi di legno che vengono poi utilizzati per la caccia e il trattamento del cibo. Finora, però, si riteneva che l'uomo fosse l'unica specie della famiglia Hominidae capace di lavorare materiali litici.
Secondo le teorie più accreditate, il primo "uomo" a padroneggiare dei ciottoli scheggiati (chopper) fu l'Homo abilis, che diede vita alla cosiddetta produzione "olduvaiana" (dal giacimento di Olduvai Gorge, in Tanzania), le cui testimonianze più antiche risalgono a 2,6 milioni di anni fa e segnano l'inizio del Paleolitico Inferiore.


QUANDO L'UOMO NON C'ERA. Lo studio di Nature sposta indietro l'origine dei primi utensili di pietra, in un periodo in cui il genere Homo non era ancora apparso. Al momento non è possibile stabilire chi sia l'artefice di questi oggetti, tuttavia i ricercatori hanno già individuato due canditati verosimili.
Da un lato abbiamo il Kenyanthropus platyops, un ominide di classificazione incerta (per alcuni si tratta di una varietà di Australopithecus afarensis) i cui resti sono stati rinvenuti nel 1999 a un chilometro di distanza dal sito Lomekwi 3. Una secondo identikit porta invece direttamente all'Australopithecus afarensis (quello del fossile Lucy), vissuto in Africa tra 4 e 3 milioni di anni fa. In entrambi i casi si tratta di specie di proto-uomini ritenute fino a oggi non particolarmente abili, soprattutto a causa della ridotta capacità cranica.


EVOLUZIONE UMANA. Gli archeologi ritengono che gli strumenti non consentissero azioni complesse, ma servissero per rompere i gusci dei frutti o per scavare nel legno in cerca di insetti, in modo analogo a ciò che fanno alcune scimmie antropomorfe. Ma come sottolinea Sonia Harmand, coautrice dello studio, prima di questa scoperta si pensava che «il salto cognitivo per ottenere scaglie affilate dalle pietre» riguardasse esclusivamente il genere Homo, «e fosse la base del nostro successo evolutivo».
Dato che l'abilità di costruire oggetti richiede un certo livello di destrezza e manualità, i ritrovamenti di Lomekwi 3 suggeriscono che i necessari cambiamenti nel sistema nervoso centrale si siano manifestati nei nostri progenitori prima di 3,3 milioni di anni fa.
INDIZI PRECEDENTI. A Dikika, in Etiopia, nel 2009 un gruppo di ricercatori riportò alla luce i resti di animali risalenti a 3,4 milioni di anni fa. Le ossa portavano evidenti segni di tagli, indicando che degli ominidi avevano padroneggiato delle pietre per tagliare la carne. Sul posto non fu però trovata alcuna traccia di utensili, quindi fu impossibile dimostrare se si trattasse di strumenti artigianali o semplici pietre con spigoli vivi. Lo studio di Nature toglie ora qualunque dubbio.

martedì 29 maggio 2018

CREAZIONE DI UN MANUFATTO DALLA SCHEGGIATURA ALLA PATINA FINALE


    Questo è il procedimento per creare un manufatto preistorico ,dalla scheggiatura all'invecchiamento.
    Prima si scheggia la selce per conferirgli la forma voluta in questo caso un bifacciale musteriano del pontiniano ricavato da un ciottolo siliceo, dopo la scheggiatura viene la fase di levigatura su di una roccia di arenaria , prima dura poi un po piu morbida in maniera da togliere il tagliente e levigare tutte le asperità del manufatto,una volta addolcite le fratture ,viene ...passato sulla sabbia per dargli una sorta di semi lucidatura e poi dopo aver lavato il pezzo, lo si passa energicamente su una sabbia compatta di arenaria molto ossidata fino a che il manufatto stesso si impregni delle varie ossidazioni presenti nell'arenaria. A questo punto si prende la selce ancora sporca abbondantemente di arenaria e la si lascia ad asciugare al sole senza pulirla per almeno tre giorni in maniera da fargli assorbire tutte le colorazioni degli ossidi. Una volta asciugata si spazzola energicamente con uno spazzolino a setole dure rendendo il manufatto pulito e lucido come se ci fosse una patina naturale e antica di migliaia di anni fà.
    Ed ecco il risultato finale.


ARENARIA PLIOCENICA